Torni

tornio1Sono macchine per tornire o filettare il legno, ossia per dare ad un pezzo di legno la forma di solido di rotazione (cilindrico, conico, profilato) o per praticarvi una vite o una madrevite. I primi si chiamano torni semplici, i secondi torni da filettare o torni paralleli. La figura 286 rappresenta un tornio semplice. Esso è formato dal banco B munito delle guide orizzontali e parallele G. Sul banco si trovano: il toppo fisso T (che porrta il cono motore di pulegge calettato sull’albero principale o mandrino) il poggiautensile C (che può spostarsi lungo le guide, alzarsi od abbassarsi e fissarsi alla posizione voluta con bulloni a dado ed a leva) ed il toppo mobile M (anch’esso fissabile in una posizione qualunque lungo le guide). Il pezzo da tornire può essere montato sul disco D, con brida, disponendolo tra la punta P applicata al mandrino e la contropunta Q applicata al fuso del toppo mobile (tale fuso è manovrato col volantino a chiocciola V). tornio2Per lavorare si appoggia l’utensile sul poggia utensile C e lo si preme, per mantenerlo fermo, colla sinistra in prossimità del nasello. Gli utensili usati dal tornitore in legno sono la sgorbia da tornitore (fig.287 – per eseguire scanalature circolari) lo scalpello da tornitore (fig.288 – per tornire liscio o piano) e gli utensili sagomatori, che hanno profilo appropriato al lavoro di sagomatura da eseguire. Il tornio si usa per tornire pezzi cilindrici, tronco conici, gambe di tavoli, zoccoli e pomi di mobili. Però per eseguire lavori a sagoma vi sono anche speciali torni sagomatori, adatti soprattutto per produzioni in serie. In tutti i torni il pezzo gira, mentre l’utensile si sposta, per dare l’avanzamento al lavoro, parallelamente all’asse od obliquamente secondo che si tornisce cilindricamente o conicamente.

Armadio a metà

riduzione armadio (3)

Si sa, a volte i nostri avi ci lasciano eredità un po’riduzione armadio (2) “ingombranti” da gestire, che senza inoltrarci nei meandri della psicogenealogia, possono sussistere anche semplicemente di mobili, di pregevolissima fattura, magari anche fatti su misura per la stanza che li avrebbe accolti, ma ormai troppo grandi per le esigenze, e gli spazi, di giovani coppie; il cui gusto estetico, inoltre, non collima più con le scelte dei nonni. Principalmente per queste ragioni, una giovane coppia di architetti mi ha chiesto di dimezzare un armadio a ponte, escludendo dal mobile la scrivania, e di tenere solo quattro delle otto ante che lo componevano.riduzione armadio (4)

L’armadio è poi stato finito con uno smalto bianco satinato.

work in progress

work in progress

Fermapersiane

blocca persiane (1)

Quando l’impresa ha rifatto la facciata del palazzo, il direttore dei lavori ha deciso di sostituire i vecchi meccanismi che tenevano bloccate,blocca persiane (3) una volta aperte, le persiane al muro con questi moderni blocca infissi in acciaio. Tutto sarebbe stato esteticamente perfetto e funzionale, non fosse altro che all’ultimo piano del palazzo, il forte vento, che in alcune giornate soffia impetuoso verso il mare dal quartiere collinare del Lagaccio, ha letteralmente divelto e strappato le parti in legno a cui erano ancorati i ferma persiane, facendo crollare tutto in strada, col rischio di poter accoppare qualche ignaro passante (che per fortuna in quel momento passava altrove). Gli anziani non avevano poi pensato tanto male nel progettare un sistema di ancoraggio che abbracciasse tutto lo spessore dell’infisso, in modo da renderlo parte integrante della persiana stessa, e non solo un optional posticcio avvitato sopra. Il nostro lavoro è consistito, oltre al restauro ligneo delle parti danneggiate e successiva smaltatura, anche nel ripristino di questi ingegnosi sistemi di ancoraggio, tanto sulla persiana quanto sulla facciata del palazzo.blocca persiane (2)

Paratia bianca

staccionata bianca (3)Su progetto dell’architetto del paesaggio Marta Carraro abbiamo contribuito a rendere questo terrazzo nel centro di Genova un posto più verde e quindi un posto più bello!staccionata bianca (4) Il legno di abete con cui sono stati costruiti questi 24 metri di paratia ha il pregio di essere disponibile sul mercato ad un prezzo decisamente interessante rispetto ad altri legni masselli, è però un legno morbido e quindi più deperibile di altri; al fine di garantirne una lunga vita lo abbiamo trattato in maniera un po’ speciale: nella fase iniziale di lavorazione è stato trattato con un olio vegetale ottenuto dalla semplice spremitura a pressione di semi di lino, preventivamente tostati, e sottoposto a chiarificazione e purificazione con procedimenti naturali.staccionata bianca (6)
L’olio di lino crudo, infatti, è un olio siccativo, tende cioè a trasformarsi in un solido nel tempo (seccare), mantenendo quindi una bassa viscosità, un’elevata capacità di penetrazione, un’ottima trasparenza e limpidezza ed un colore giallo chiaro.staccionata bianca (5)
Per queste caratteristiche viene impiegato come impregnante preparatorio sulle superfici lignee, alle quali dona una piacevole tonalità calda, ed è inoltre  dimostrato come questo olio, rassodandosi insieme ai colori, offra la maggiore resistenza al tempo e a tutti gli agenti atmosferici!

Tavole impregnate con olio di lino crudo

Tavole impregnate con olio di lino crudo

Rivolta Luddista – parte terza

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“Gentiluomini tutti, a voi i complimenti di Nedd Ludd

e la speranza che gli concederete un’inezia per aiutare il suo esercito

visto che ben interpreta l’arte di demolire le infami macchine.

Se vi conformerete a questo, bene, altrimenti

dovrò chiamare contro di voi me stesso.”

Edward Ludd

Un tempo insolitamente afoso predominava in Inghilterra verso al fine del 1811: il caldo, dopo un’estate bizzarra, aveva contribuito ben poco ad aiutare i raccolti, ancora scarsi per il terzo anno consecutivo, in Gran Bretagna come nel continente, e il governo se ne appropriava in quantità sempre maggiori per nutrire le truppe del suo crescente esercito impegnati in una guerra tediosa, che sembrava procedere senza prospettive di vittoria. Come conseguenza il prezzo del cibo si era stabilizzato ad un livello eccezionalmente alto: quel poco che c’era da mangiare, in breve, era troppo caro per la maggior parte della gente. Allo stesso tempo il Paese soffriva una terribile contrazione economica: le esportazioni erano precipitate ad un terzo dell’anno precedente, il mercato degli Stati Uniti si era del tutto esaurito e la bancarotta era aumentata a livelli record. Quell’autunno, a Nottingham, come risultato di quello che il Consiglio Generale chiamò “lo stato realmente depresso degli industriali negli ultimi dodici mesi”, dominava una tetra atmosfera, che colpiva pesantemente le industrie di calze e merletti su cui poggiava prevalentemente la zona. I risultati censuari del mese di Maggio, divulgati durante l’estate, rivelarono per Nottingham una popolazione di 34.358 persone, superiori al censo del 1801 di ben 28.801 unità, crescita che avrebbe causato problemi abitativi e sanitari, specialmente in una città come quella, le cui strade, sudice e in genere non lastricate, senza fognature, diventavano ricettacolo di pioggia, letame, rifiuti e spazzatura. C’erano poi le nuove macchine che, utilizzate, potevano fare il lavoro di sei uomini e che avevano, nel 1810, privato del lavoro 500 magliai nella sola Nottingham, producendo indumenti di qualità estremamente scadente…ed anche qui il futuro era evidente. Questa era la società fondata sul capitale industriale e, a quanto pare, non vi era posto in essa per l’etica di una società in cui ciò che soprattutto contava era il bene del lavoratore e del suo mestiere, la prosperità della famiglia e della comunità. La distruzione delle macchine, come tattica nei conflitti industriali, era vecchia più di un secolo; c’erano stati almeno trentacinque esempi gravi quanto basta per attirare l’attenzione pubblica. In molti casi, comunque, pare che le rimostranze non avessero niente a che fare con la tecnologia e che la demolizione fosse semplicemente un modo per estorcere, all’uno o all’altro datore di lavoro, qualche concessione: era ciò che lo storico Eric Hobsbawn ha definito “contrattazione collettiva tramite rivolta” o, con un termine più appropriato, sabotaggio. Fu invece nell’autunno del 1811 che mai condizione si presentò più adatta per dare inizio ad un’ultima battaglia tanto contro le odiate macchine quanto contro gli odiati padroni, che grazie a tali attrezzature licenziavano gli operai o tagliavano i salari di quanti ancora erano impiegati ai vecchi telai. Quando finalmente scoppiò la rivolta, si scatenarono tali forze quali mai l’Inghilterra aveva visto prima.hammerwindow-thumb

La notte del 4 novembre, un lunedì, il tempo era nuvoloso ma non faceva ancora freddo come d’inverno. Nel piccolo villaggio di Bulwell, quattro miglia a nord di Nottingham, alcuni uomini si radunarono nell’oscurità e, da quanto possiamo ricostruire dai successivi resoconti, si tinsero il volto di nero e lo coprirono con un fazzoletto, imbracciarono le armi – martelli, asce, pistole, fucili a miccia, spade ed altre armi offensive – e si misero in marcia. Fuori dell’azienda, che probabilmente era anche la casa di un industriale tessile di nome Hollingsworth, appostarono una guardia e si aprirono la strada all’interno attraverso persiane e porte, distrussero una mezza dozzina di macchine e si dileguarono nell’oscurità. Qualche notte dopo, un migliaio di uomini calò sulla città di Sutton con asce picche e martelli e si disse che trecento di loro fossero armati di moschetti: il numero delle macchine distrutte dovette aggirarsi tra le 37 e le 70, telai meccanici dei più importanti tessitori: la rabbia stava fermentando ed iniziarono ad apparire in tutto il distretto delle lettere anonime – che spiegavano le ragioni della distruzione delle macchine e minacciavano azioni più gravi – indirizzate agli odiati industriali. Annunciavano tutte che era in atto un movimento nuovo e concertato e tutte erano firmate o invocavano il nome di Edward (Ned) Ludd, “Re”, “Comandante in Capo” o “Generale”. Il luddismo era cominciato.

Almeno un centinaio di macchine tessili furono colpite l’ultima settimana di novembre, un’altra cinquantina in dicembre, in un’area di circa trenta miglia quadrate in trentun villaggi. Quando scoppiarono gli attacchi luddisti in novembre, i giudici di Nottingham annunciarono che “era loro dovere reprimere questi mali con la forza civile e anche militare”: fu impiegata la più numerosa forza militare che sia mai stata utilizzata in tutta la storia d’Inghilterra per rispondere ad un’agitazione interna – come disse il Ministro dell’Interno alla Camera dei Comuni. Inoltre il consiglio municipale offrì una ricompensa di 500 sterline per informazioni su “chi avesse scritto, pubblicato o spedito” lettere “sotto il fittizio nome di Nedd Ludd” e altre 2000 per informazioni “utili a sopprimere le attuali azioni illecite e criminose in città”, e tuttavia nessuna di queste misure riuscì a frenare le violenze o portare alla cattura dei capi.

Dopo due mesi caratterizzati da un irrefrenabile luddismo, quello che allarmò e turbò le autorità fu l’impossibilità di rompere il muro di segretezza dietro cui colpivano con successo i suoi seguaci. Le ricompense ventilate non produssero informazioni, le promesse di condono e le ripetute minacce della massima pena non ottennero confessioni. Verso la fine di Dicembre ci fu una pausa nell’attività dei luddisti e resoconti locali riportano che, fino a quel momento, erano state distrutte dalle ottocento alle mille macchine tessili per un valore di circa 25.000 sterline; tuttavia con il primo mese del nuovo anno la demolizione delle macchine tessili raggiunse furiosamente l’apice: il 3 Gennaio furono distrutti nove macchinari a Basford e due a Bulwell, altri nove il giorno successivo, e nei villaggi intorno a Nottingham furono abbattute più di venti macchine in due giorni; quaranta in una settimana a Heanor, nel Derbyshire, oltre novanta la settimana seguente a Melbourne, nel Leicestershire; solo quel mese ben più di trecento. Truppe di rinforzo furono spedite nella zona, per una forza complessiva tra le tremila e le quattromila unità e tuttavia neppure l’esercito riuscì ad ottenere grandi successi contro le tattiche di guerriglia notturne proprie dei luddisti. Sarebbe però un errore credere che lo straordinario spiegamento di forze governative non abbia sortito qualche effetto: per prima cosa, anche se le lettere dei luddisti continuarono a lanciare sfide, era evidente che le loro manovre dovettero essere drasticamente ridimensionate e concentrate prevalentemente sui villaggi più piccoli e remoti. In Febbraio gli attacchi notturni cominciarono a diminuire e dopo il 24 furono solo sporadiche incursioni. Il 14 Febbraio il governo Tory decise di introdurre una legge “con delle punizioni più esemplari agli individui che distruggano o arrechino danni a prodotti o macchine tessili”: in altre parole, la pena di morte per i luddisti. “La paura della morte”, come affermò il futuro primo ministro William Lamb alla Camera dei Comuni, “ha un’influenza decisiva sull’animo umano”. La nuova legge fu accolta dai luddisti di Nottingham con rabbia e nella loro reazione si percepisce un senso di tradimento che, a prima vista, può apparire improprio ma che aveva chiaramente origine dalla convinzione profonda che il governo stesse sottraendosi a quello che essi consideravano l’obbligo di provvedere al benessere dei suoi cittadini: per quanto bizzarra fosse la loro interpretazione della storia, è evidente che i luddisti si sentivano giustificati a farsi giustizia a modo loro ed erano indignati dal fatto che il governo avesse una considerazione differente del problema. In realtà tutte le minacce che avevano accolto la pena di morte si rivelarono inconsistenti; specialmente il luddismo del Nottinghamshire, così virulento al principio, ora sembrava essersi improvvisamente spento: solo una dozzina di macchine furono distrutte nei primi di marzo, dopodiché non ci furono che rari e sporadici attacchi ai telai meccanici. Tra i motivi di un tale ripiegamento, a parte l’intimidazione che la pena di morte doveva aver esercitato, poteva esserci il fatto che la maggior parte dei potenziali bersagli era stata colpita e che almeno un quinto dei macchinari della contea era fuori uso; inoltre non va dimenticata la disponibilità di molti industriali ad aumentare gli stipendi, soprattutto nei centri minori. Qualunque siano le cause che portarono ad interrompere la demolizione delle macchine nel Nottinghamshire, il luddismo non era affatto finito. Infatti, proprio mentre si stava placando nella foresta di Sherwood, la lotta cominciava a ribollire più a nord su entrambi i lati dei Pennini.

Una domenica, il 19 gennaio, la fabbrica di rifinitura di Oates, situata a nord di Leeds, fu trovata in fiamme e prima che arrivassero i soccorsi le follatrici di recente installate avevano subito seri danni. Si suppose un atto di sabotaggio deliberato visto che nessuno era al lavoro quel giorno e che si trovarono sostanze infiammabili intorno all’edificio. Nessuno rivendicò il merito dell’incursione, ma non c’era alcun dubbio, per gli industriali, che il luddismo fosse entrato in azione nello Yorkshire. Esattamente tre settimane dopo, il 9 febbraio, il magazzino della manifattura di Haigh, Marshal & Co., a Manchester, fu incendiato e i tessuti che si trovavano all’interno, prodotti industrialmente, vennero completamente distrutti. In questo caso erano state spedite lettere d’avvertimento a numerosi imprenditori della zona e tuttavia questi non avevano preso particolari precauzioni. I legami tra il luddismo del Nottinghamshire e quello del nord sono incerti, ma qualunque fossero è interessante notare come il luddismo delle contee settentrionali fosse più violento, più disciplinato e – per lo meno ai suoi margini – di natura più esplicitamente politica, addirittura insurrezionale. Dopo i fuochi di gennaio a Leeds gli assalti nello Yorkshire si concentrarono su Huddersfield, città di diecimila anime: a metà marzo undici fabbriche furono colpite dai luddisti in quell’area, per una cifra complessiva che non dovette essere inferiore a cento macchinari distrutti in un paio di settimane. Nel frattempo, a non più di venti miglia di distanza, sull’altro lato dei Pennini i luddisti delle aree del cotone iniziarono i loro attacchi a Stockport e Manchester e i primi obiettivi della loro rabbia furono attentamente selezionati: le tre principali industrie con telai meccanici. Quattro giorni dopo quest’ultimo assalto, nel centro di Manchester si verificò la prima azione in grande stile, e questa probabilmente meritava quell’appellativo di sommossa cui così spesso le autorità ricorrevano. Tre giorni dopo nell’assalto a Rawfolds Mill persero la vita quattro uomini al servizio di re Ludd, per mano di un industriale e di soldati governativi decisi a proteggere la proprietà privata, a quanto pare, ad ogni costo. Nelle poche settimane successive la posta in gioco da entrambe le parti sarebbe crudelmente salita. Due giorni dopo quello di Rawfold, martedì 14 Aprile, una serie di attacchi dilagò lungo l’area settentrionale del triangolo luddista per una settimana, inframezzati ancora dalle più grandi e sanguinose dimostrazioni: a Sheffield la folla diede l’assalto ai magazzini delle patate, principale nutrimento del popolo, e al deposito di munizioni, distruggendo 198 armi e rubandone 78; in un paese vicino a Stockport una folla inferocita diede fuoco all’abitazione di un industriale per poi dirigersi alla sua fabbrica, dove distrusse tutti i telai meccanici e la merce in lavorazione;rivolte del pane dilagarono il lunedì seguente, 20 Aprile, giorno di mercato in quasi tutta la regione: Manchester esplose di nuovo, e lo stesso fecero le città circostanti di Bolton, Rochdale, Ashton e Oldham e molti centri oltre il confine dell’angolo settentrionale del Derbyshire, dove furono anche demoliti i telai a vapore. Il 24 aprile nel villaggio di Westhoughton fu lanciato un furioso attacco agli stabilimenti di Wroe e Duncroft, un’altra azienda cotoniera con più di 170 telai meccanici, assai invisa: “l’intera struttura” scrisse il cronista dell’annual register, “con le sue preziose macchine fu interamente distrutta. Poiché l’edificio era esteso la conflagrazione fu tremenda e il danno subito immenso, costando la sola fabbrica seimila sterline”.

Quattro giorni dopo, il 28 aprile, il luddismo entrò in una nuova fase. A Huddersfield, George Mellor e tre cimatori uccisero a colpi di arma da fuoco un importante industriale del luogo: William Horsfall. Il giorno prima William Trentham, industriale sessantatreenne di Nottingham, sopravvisse ad un attentato simile, come l’odiatissimo industriale William Cartwright il 18 dello stesso mese. Il 9 maggio 1812, a Londra, il primo ministro Spencer Perceval fu ucciso, con un colpo di arma da fuoco a bruciapelo, da John Bellingham, un mercante squilibrato che aveva perso ottomila sterline in qualche affare con i Russi e ne attribuiva la responsabilità alle autorità di Londra. La reazione del popolo britannico alla morte del suo capo mostrava ben poco cordoglio, anzi: a Nottingham una folla festante “ procedette con una banda musicale lungo le principali vie della città”, scrisse il Nottingham Journal e, secondo quanto riferito da un industriale ad un collega di Londra: “quando le carrozze postali (che portavano la notizia dell’attentato) giunsero nelle varie parti del regno, l’annunzio dell’uccisione di un loro simile fu accolta con molto più entusiasmo che orrore, ed in certi luoghi salutata con selvagge grida di gioia poco cristiane”.

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“Allora, e mai più, ci furono i germi per una situazione rivoluzionaria”, scrive F. O. Darvall, senza forzare la situazione: il primo ministro trucidato, miseria nel paese, cattivi raccolti per quattro anni consecutivi, il commercio estero e la produzione industriale quasi ad un punto morto, soldati e risorse trasferiti in una guerra senza fine sul continente, un governo duro e incurante dei mezzi per riparare le ingiustizie, una sfrenata insurrezione, entrata nel suo settimo mese, per distruggere macchine e proprietari, una forza di polizia incapace di ristabilire l’ordine nei territori industriali. “Allora, e mai più, un tentativo rivoluzionario avrebbe avuto qualche speranza di successo”, afferma Darvall. “Allora, dopo diciannove secoli, ci furono in Inghilterra le basi per una rivoluzione, le speranze di un miglioramento solo grazie ad essa e le possibilità di un suo successo”. Fu a questo punto che lo Stato minacciato, con la macchina della giustizia a disposizione della causa repressiva, mostrò di cosa era capace. Londra stava mantenendo nelle regioni luddiste, un’area di circa 5500 chilometri quadrati con una popolazione di un milione di abitanti circa, 14400 soldati, praticamente una persona ogni settanta: una presenza militare, un vero e potente esercito, che non aveva precedenti nel suscitare il terrore, come senza dubbio era nelle intenzioni. Nel Lancaster ci furono 8 impiccagioni, 17 condanne alla deportazione, 13 incarcerazioni e 20 assoluzioni, nonostante l’evidenza dell’adoperarsi dello Stato nel servirsi di prove inquinate e di dubbie identificazioni. A York, alla fine del processo, 2 uomini furono impiccati e 26 condannati alla deportazione per 14 anni. L’intero triangolo luddista divenne una zona altamente militarizzata con pattugliamenti a tappeto di piccole squadre di soldati praticamente ininterrotti, i fermi e gli arresti furono moltissimi. Da maggio in poi non ci furono più attacchi alle fabbriche; in diverse città ci furono rivolte del pane, ma solo quelle di Leeds e Nottingham, entrambe guidate da donne che si facevano chiamare “Lady Ludd”, avevano un’ispirazione luddista, e nessuna sfociò in marce e assalti alle fabbriche come era successo in aprile. Durante quegli stessi mesi molti degli sforzi degli operai tessili della regione furono indirizzati nei soliti, e frustranti, modelli riformisti. Gli arresti e i processi continuarono fino a gennaio e ancora 14 uomini in tutto furono condannati alla pena capitale.

L’ offensiva colossale lanciata dal governo britannico contro i luddisti ebbe l’effetto deterrente previsto e sicuramente anche la svolta rivoluzionaria, che aveva irrigidito gli scopi e inasprito la violenza dissuase molti, poco inclini a tale durezza o privi di una convinzione ideologica che li guidasse per quella rotta pericolosa. Forse è sorprendente che un movimento durato per un periodo così breve dovesse guadagnarsi un tale posto nella storia, ma una valutazione di quanto il luddismo ha realizzato, o rappresentato, anche quando mancò di realizzare, suggerisce perché abbia lasciato un segno indelebile nell’edificio sociale d’Inghilterra, come pochi poterono e avrebbero poi potuto.

Il primo e più immediato effetto del luddismo fu il pedaggio della sua violenza. È impossibile essere precisi a questo riguardo, ma possiamo stimare che, solo in termini di proprietà, i luddisti abbiano distrutto più di 100mila sterline di ricchezza a cui si aggiungono le spese di mantenimento di un vasto numero di soldati nelle zone coinvolte, il costo per le cause processuali, le spese per poliziotti speciali, spie e informatori e le perdite subite dalla produzione quando gli stabilimenti e le macchine restavano inoperanti: calcolando complessivamente tutto questo si potrebbe definire una perdita di circa un milione e mezzo di sterline!

Un secondo ed altrettanto ovvio risultato del movimento fu il conseguimento, sul piano pratico, di alcune vittorie di tipo sindacale, talvolta solo temporali: per un certo periodo gli stipendi degli operai a domicilio furono aumentati in quei territori dove gli industriali consideravano tale iniziativa come un prudente investimento contro ulteriori distruzioni. Inoltre l’attenzione portata sulla condizione dei lavoratori nel triangolo luddista, portò ad un aumento dei sussidi e delle razioni alimentari della “Legge dei Poveri” in quasi tutti i comuni interessati – era carità, e scarsa, ma era pur sempre qualcosa -.

L’ultima grande conseguenza del luddismo, che gli storici tradizionali hanno cercato a lungo di ignorare, fu l’aver posto quella che nel diciannovesimo secolo fu chiamata la questione della macchina, in termini crudi ed inequivocabili. Il tema principale era semplice: chi avrebbe determinato la tecnologia produttiva in Inghilterra? E grazie a quali criteri? Come si sarebbero valutate le conseguenze? La risposta degli innovatori, dei produttori e dei capitalisti fu che il miglioramento delle macchine è un beneficio, non un danno, per gli interessi dei lavoratori industriali e della comunità nel suo complesso, secondo l’equazione per la quale il miglioramento meccanico significava diminuzione dei costi, aumento della produzione e del profitto, impieghi duraturi per chi non era disoccupato e quindi felicità. La risposta alla questione della macchina che i lavoratori, all’inizio dell’ottocento, potevano invece fornire era, ovviamente, del tutto diversa. “Il miglioramento della macchina” in primo luogo lasciò moltissime persone senza lavoro e conseguentemente portò quanti volevano lavorare a soccombere ad un sistema industriale che li trasformava in poco più che addetti alle fucine dello Stige, ad un processo estenuante di spersonalizzazione e di disabilitazione – deprimente e degradante persino nelle migliori condizioni – il cui obiettivo economico principale non fu l’aumento della produzione, ma la disciplina del lavoro. E se mai, alla lunga distanza, questi due effetti avessero dovuto volgersi a beneficio dei lavoratori, per quanto improbabile questo possa sembrare, lo avrebbero fatto solo in aridi termini materiali al prezzo della distruzione dei contesti organici e comunali, che erano stati per secoli il fondamento della società.

Qualunque fosse la risposta alla questione tecnologica, era un problema che non poteva essere ignorato oltre, visto come lo avevano sollevato i luddisti, né le sue complesse implicazioni morali potevano essere accantonate. Il fatto che la tecnologia abbia sempre delle conseguenze, e conseguenze lontane nel tempo e spesso imprevedibili al suo inizio, è proprio la verità in fondo all’animo dei luddisti ed è anche la ragione per cui il loro nome e la loro idea sono sopravvissuti a quei brevi quindici mesi e per cui la loro tradizione, di comunità e di costumi, e di resistenza alla “macchina nociva” è durata molto più a lungo.images

liberamente tratto da: Kirkpatrick Sale – Ribelli al futuro – Arianna editrice

Portoncino di ingresso

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Questo portoncino di ingresso vantava plurimeportoncino3 mani di smalto intervallate da stuccature e mani di cementite, tutte atte a nascondere abilmente fessure, buchi, spaccature, cornicette mancanti e buchi di tarli, rattoppi, integrazioni e tappulli stratigraficamente accumulatisi nei decenni. Dopo una lunga e faticosa sverniciatura ho provveduto a integrare le parti mancanti e le fessure più ampie con parti lignee ed a stuccare a cera le fessure più piccole ed i fori dei tarli; tinto noce antico e lucidato a gommalacca è ora pronto per accogliere gli ospiti.

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durante il restauro

durante il restauro