Scacco al re

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Mi è stata commissionata una scacchiera per essere messa in vendita in un negozio;scacchiera (3) la propietaria del negozio, con un apprezzabile atto di fiducia nelle mie possibilità creative, mi ha lasciato completamente libero di realizzare l’oggetto come meglio avessi voluto. Ne è scaturito un oggetto in ferro interamente composto con materriale di riciclo:scacchiera (5) il piano di gioco è una lastra di ferro da 3 millimetri, l’intreccio delle caselle è formato dall’intersecarsi di due tipi differenti di griglie ed anche la cornice e i piedi della scacchiera arrivano da pezzi di recupero di precedenti lavorazioni di carpenteria metallica. I pezzi sono classici, per l’occasione adattati nei colori al materiale della scacchiera. L’aspetto volutamente grezzo dei particolari richiama un’estetica punk: progettazione e realizzazione radicale di una provocazione post moderna, che ha fatto del riciclo dei materiali di scarto dell’industria i termini di un proprio personalescacchiera (2) discorso intorno alla mercificazione della vita negli attuali e futuri rapporti di produzione e consumo. Una partita a scacchi, appunto, che si gioca nella vita di ognuno di noi,scacchiera (1) sulla scacchiera di una devastazione ambientale come sfondo triste dell’esistenza.

La vuoi a tutti i costi? si trova qui!

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Libreria ad ante

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Come dicono i carissimi amici di Libràtene le librerielibreria (3) e le mensole non bastano mai! Ed è molto probabilmente partendo dalla constatazione di questa ineluttabile realtà che mi è stato chiesto di realizzare, su disegno del cliente, una libreria ad ante su misura. Dalle linee semplici e dall’aspetto rustico, un mobile sincero, espressamente funzionale.libreria (2)

Rivolta Luddista – parte seconda

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Abbiamo dimenticato ovunque che il pagamento in contanti non è la sola relazione tra gli esseri umani” Thomas Carlyle

La prima rivoluzione industriale fu un’alterazione di portata, velocità e complessità epocali: non ha mutato solo la fisionomia della produzione, ma anche i suoi luoghi e i suoi scopi, la struttura della forza lavoro, il carattere del mercato, i modelli e le dimensioni d’insediamento e il ruolo delle famiglie e delle comunità. Fu una trasformazione, come ha detto lo storico E. P. Thompson, che “rimodellò la natura e le necessità umane” e di cui la macchina a vapore fu senza dubbio il cuore pulsante.

L’imposizione della tecnologia

Quest’ultima è stata infatti la prima tecnologia, nella storia dell’uomo, ad essere indipendente dalla natura, dalla geografia, dal ciclo stagionale e dal tempo atmosferico, dall’energia umana ed animale. Ha quindi permesso lo spostamento da quella che era un’economia organica fondata sulla terra, sul lavoro e sullo scambio locale, ad un’economia meccanica basata sul combustibile, sulla fabbrica e sul commercio estero. Una tecnologia che porta ad una produzione crescente, per recuperare i suoi alti investimenti e i costi di produzione e che spinge verso la centralizzazione e la specializzazione, poiché i fattori di efficienza e di risparmio superano quelli artigianali ed estetici; che conduce necessariamente ad una riduzione dei rapporti umani, dell’aspetto sociale, dell’autonomia umana, delle scelte individuali e dell’abilità personale, dato che nessuno di questi fattori riveste un’importanza pari all’operazione svolta dalla macchina.

In questo scenario il compito dell’industriale era di assicurarsi che gli operai ottemperassero disciplinatamente alle necessità della macchina, rinunciando alle proprie abitudini prive di metodo, per identificarsi con la regolarità invariabile della complessa automazione. Perciò venivano loro imposti orari di lavoro lunghi e rigidi, di dodici/quattordici ore con punte di sedici/diciotto ore, un rigido sistema di multe applicate a ben miseri stipendi e l’impiego della violenza fisica, di solito contro donne e bambini, rappresentata dal caposquadra, il cui compito consisteva “nel camminare continuamente su e giù con la frusta in mano”, come accertò un’inchiesta parlamentare nel 1833, picchiando i bambini e “fustigandoli con molta crudeltà”… “alcuni erano battuti con tale violenza da perdere, a causa di questo, la vita”.

Esisteva inoltre un’altra più ampia disciplina della manodopera: per la politica del governo, sancita dal laissez-faire, i lavoratori inglesi erano di fatto impossibilitati a resistere alle pretese del padronato. Nel 1799 e nel 1800 furono promulgate leggi che rendevano illegale organizzarsi, associarsi, cercare di ottenere un aumento dei salari o condizioni ed orari migliori e perfino raccogliere fondi o partecipare ad incontri. Tutto questo trovò un compendio nell’assenza di restrizioni per l’assunzione di donne e bambini, che incominciavano a lavorare giovanissimi, tra i quattro e i cinque anni, e che nel 1833 giunsero a formare circa i quattro quinti della manodopera dell’industria tessile.

Si manifestava così la “logica dell’industrialismo”, imponendo la sua tecnologia con un impeto ed un’energia che trasformarono in pochi anni la vita e il paesaggio ad un livello mai visto, e prima impensabile.slifer_luddites800

La distruzione del passato

Il compito assegnato al motore a vapore consisteva nella produzione – un’incessante, accanita produzione – che doveva necessariamente trovarsi al centro della logica industriale e da cui derivava inevitabilmente il consumo – altrettanto continuo e dilatabile. Entrambe le parti dell’equazione per funzionare in modo adeguato avevano bisogno non solo di una manodopera disciplinata che producesse nei tempi stabiliti, ma di una clientela prigioniera che consumasse in quantità proporzionale.

Nella varietà di metodo impiegati per realizzare tutto questo, nessuno ebbe importanza quanto l’enclosure, che di fatto mutò radicalmente la vita rurale in Inghilterra in poco più di un secolo. Le prime recinzioni risalivano al XII secolo, ma non erano mai state applicate con effetti tanto devastanti come negli anni tra il 1770 e il 1830, quando furono promulgati 3280 atti parlamentari, in virtù dei quali più di 6 milioni di acri di terre comuni – campi aperti, pascoli, terreni umidi, foreste e spazi liberi – fino ad allora a disposizione di tutti, furono privatizzati, circondati da siepi e palizzate, e coltivati, usati per il pascolo e la caccia a beneficio del privato.

Nello stesso periodo, le iniziative private, senza l’autorizzazione del Parlamento, aggiunsero un numero analogo di acri, fino a raggiungere un’estensione complessiva superiore alla metà di tutte le terre allora coltivate in Inghilterra, al punto di non esserci più una sola contea che avesse più del 3% della sua area libera dalla proprietà privata.

Non ci sono dubbi che il fenomeno della recinzione produsse un’agricoltura più “economica” ed “efficiente”: la produzione di cereali raddoppiò, le dimensioni delle fattorie triplicarono, la produzione agricola divenne pienamente commerciale, e la terra, che prima forniva mezzi di sostentamento regolari come ricchezza pubblica, fu sfruttata come feudo privato per ricavare profitti imponenti; non ci sono dubbi anche sul fatto che l’aristocrazia terriera ebbe enormi benefici quando raddoppiò il prezzo del grano e aumentò il prezzo degli affitti del 150%. Per il resto, gli abitanti dei cottage, quanti detenevano beni allodiali, gli affittuari e gli abusivi, furono semplicemente cacciati dalle loro dimore secolari e si trasformarono in braccianti agricoli o in mendicanti. La possibilità di sostentamento, che proveniva dalle terre comunali, con il taglio del legname e degli arbusti, dalle coltivazioni e dai pascoli di piccole dimensioni, dalla pesca e dalla caccia, finì nello spazio di una generazione: come disse un tale ad Arthur Young nel 1804: “la recinzione è stata peggiore di dieci guerre”.

Ora sarebbe un errore esagerare la tranquillità della campagna inglese prima delle recinzioni: il tessitore del cottage lavorava spesso per lunghe ore ed in ambienti umidi e affollati ed era rifornito di materia grezza dal mercante stesso a cui rivendeva il prodotto finito; faceva quindi parte di un “proletariato domiciliare” ben prima che il telaio meccanico fosse perfezionato. Tuttavia esistevano dei valori di cui ogni membro della comunità era consapevole: il tempo era un mezzo, non un prodotto, e i lavoratori non erano i suoi schiavi; in dozzine di attività commerciali la tradizione del “santo lunedì”, giorno di riposo importante come la “santa domenica”, era inviolabile, e probabilmente anche il giovedì (e perfino il mercoledì) se gli impegni non erano troppo pressanti; e festività, giorni di vacanza e solennità figuravano regolarmente durante tutto l’anno. Il lavoro implicava destrezza fisica ed agilità mentale; spesso era un’arte di cui si provava orgoglio e che vedeva la partecipazione della famiglia e forniva occasioni per cantare, raccontarsi storie e chiacchierare e, quando i tempi erano buoni, c’era la possibilità di mettere da parte uno o due scellini; quando, invece, il lavoro era scarso c’era sempre un piccolo orto e qualche animale cui far ricorso. Il lavoro era affiancato da una varietà di altri compiti durante la giornata – “badare alle mucche, fare il pane, ingrassare i maiali e salare il prosciutto”, come ci descrive Stuart, assieme al “taglio dell’erba e alla coltivazione del grano negli orti” – e talvolta, alla fine di tutto questo, restava tempo sufficiente “per godere dei divertimenti e delle ricreazioni allora in voga” – Gaskell ricorda le danze, la caccia, il gioco degli anelli e il cricket – o anche solo fare passeggiate “nell’atmosfera splendente della natura”. “Tutti avevano un orto”, disse William Felkin a proposito dei filatori di calze di Laicester, “un barile di birra fatta in casa, un completo per i giorni feriali e uno per la domenica, e avevano un sacco di tempo libero”.

Fu compito della società industriale distruggere tutto questo. Quanto la “comunità” implicava – autosufficienza, aiuto reciproco, moralità nello scambio commerciale, tenaci tradizioni, governo della consuetudine, conoscenza organica invece di scienza meccanica – doveva essere fermamente e sistematicamente scardinato e rimosso. Tutte le usanze che impedivano all’individuo di trasformarsi in consumatore dovevano essere abolite – in modo che gli ingranaggi della macchina chiamata “economia” potessero operare indisturbati, influenzati solo da mani invisibili ed equilibri inevitabili.

La fabbrica delle necessità

La necessità, come comprese6a00d83451d01069e200e54f524a868834-640wi genialmente la Rivoluzione Industriale, non è la madre dell’invenzione bensì della domanda, e quindi del consumo:si creino dei bisogni, o anche solo la percezione di questi, e si è creato il mercato.

Quanti vennero allontanati dalla terra ebbero subito l’esigenza di trovare lavoro ed arrancarono fino alle città sovraffollate, oppure si diedero alla tessitura del cotone o accettarono lavori sottopagati nelle miniere e nelle fonderie e le loro necessità, allo stesso modo, iniziarono a ruotare intorno al denaro, in un mondo dove i modelli di mutualità si erano dissolti. Nello stesso tempo in cui si stava affermando questo sovvertimento del vecchio ordine, ne prendeva piede uno nuovo, basato sull’aumento improvviso della popolazione e sulla sua concentrazione nelle città. La popolazione d’Inghilterra raddoppiò tra il 1775 e il 1830 e la popolazione di alcune città crebbe anche più rapidamente: Manchester passò da 50mila abitanti a 228mila, Londra da 750mila a 2 milioni. A causa dell’impoverimento del lavoro tradizionale del cottage, i ragazzi più grandi erano spinti a lasciare la casa e a formare una famiglia; con la distruzione del sistema dell’apprendistato artigianale, i giovani erano in grado di formare un nuovo nucleo famigliare già prima dei vent’anni, e a causa dell’impiego minorile le famiglie potevano sopravvivere solo se erano prolifiche. Proprio i numeri di questa popolazione accresciuta avrebbero determinato l’aumento della domanda e il fatto che le persone potessero ricorrere sempre meno alla terra e fossero ammassate nelle città serviva soltanto ad ampliare il fenomeno. La popolazione inglese non era, tuttavia, certo l’unico mercato adatto a ricevere i prodotti della nascente industria: il paese possedeva un vasto impero coloniale che poteva essere guidato verso quelle necessità che la Gran Bretagna poteva soddisfare. È senza dubbio sbagliato affermare che questo impero fosse il passepartout dell’espansione industriale britannica, ma è certamente vero che i suoi porti accoglievano circa un terzo di tutte le esportazioni del Regno Unito e la metà di tutte le sue merci di cotone. L’india fornisce un esempio eloquente di ciò che può essere fatto con il potere imperiale per creare delle necessità. Sebbene possedesse una tradizione tessile antica di secoli, l’India, sotto il controllo britannico, fu spinta ad esportare il cotone grezzo in Inghilterra ad un prezzo economico e ad importare il prodotto finito ad un prezzo che bloccava i tessitori locali e che, successivamente, li allontanò dal commercio, creando in tal modo un mercato largo e solido nel subcontinente, che avrebbe costituito una sorgente di domanda per molti decenni.

Un ultimo motivo istigatore di bisogni era, come lo è da sempre – ed è uno dei motivi per cui gode tanto favore presso i governi – la guerra con le sue fauci onnivore. Dal 1793 al 1815 l’Inghilterra condusse una guerra prolungata e dai costi enormi, in definitiva un grande incentivo alla produzione industriale: ogni uomo, in fondo, necessitava di uniformi e di biancheria, di armamento e di munizioni, di equipaggiamento, di cibo e di trasporto.

Tutto considerato il grande storico francese Fernand Braudel aveva colto nel segno quando scriveva che “la Rivoluzione Industriale fu, alla fine, una rivoluzione nella domanda” o, più esattamente, “una trasformazione dei desideri”.

La conquista della natura

La Rivoluzione Industriale fu il primo spettacolare trionfo della specie umana sugli antichi, caratteristici limiti del mondo naturale. Essa fu un’esecuzione talmente enfatica del comando biblico del “dominio” che non solo cambiò la faccia dell’Inghilterra e, conseguentemente, di gran parte del mondo occupato, ma inaugurò un atteggiamento, una convinzione inveterata, per cui il potere dell’industrializzazione, senza riguardo agli inevitabili costi ambientali, poteva e doveva essere impiegato per controllare e sfruttare le forze, le specie e le risorse della natura. L’inquinamento in ogni città industriale fu enorme, anche se fu ampiamente ignorato: nulla poteva a lungo mantenersi sano o vivo, a parte l’indomabile spirito d’avarizia che sembrava fiorire in quell’atmosfera. Engels racconta di aver detto ad un industriale di non aver mai visto una città così mal costruita e sudicia: “l’uomo ascoltò fino in fondo e silenziosamente e all’angolo, dove ci separammo, disse: – ma si fanno anche grandi quantità di soldi qui, buongiorno, signore – ”.

Se pensiamo alle trasformazioni mentali e morali, oltre che materiali, verificatesi in quei decenni, appare evidente che il capitalismo industriale sia stato rivoluzionario sotto così tanti aspetti che non è certo esagerato considerarlo una nuova cultura. Poiché questa è la cultura di cui siamo oggi gli eredi, talvolta è difficile comprendere quanto fosse allora completamente diversa e nuova, quanto abbia cambiato drasticamente il panorama ideologico e naturale.

Forse non c’è stato cambiamento più profondo del processo che ha portato la cultura industriale a credere che non ci siano limiti a quello che l’uomo può fare in nome dell’industria e del progresso o, peggio, che ognuno di questi limiti possa essere trasgredito, se non ora col passare del tempo.

Si immagini cosa accade ad una cultura quando si basi sull’idea di oltrepassare i limiti e la consacri come fine ultimo della sua civilizzazione: non può esserci un’autorità esteriore in questo caso, né moralità o altro che non sia definito dall’imperativo stesso, per il quale ciò che è fattibile è bene e ciò che resta non fatto è male. Si immagini, poi, cosa accade ad una cultura quando realmente sviluppi i mezzi per trascendere i limiti, rendendo possibile, e quindi giusta, la distruzione di costumi e comunità, creando nuove regole d’impiego e d’obbligo, magnificando la produzione e il consumo, imponendo nuovi mezzi e modalità di lavoro e controllando o ignorando le forze centrali della natura. Senz’altro potrà esistere per lungo tempo, potente, espansiva e orgogliosa, prima di essere costretta a riconoscere di fondarsi su un’illusione e che esistono limiti effettivi che non possono essere violati, limiti più importanti delle conquiste. Sarebbe dovere di alcuni membri di tale cultura ricordare le altre verità e i pericoli reali che sopraggiungono, se vengono ignorate. Questi erano i luddisti nell’Inghilterra del 1811: uomini e donne che sentirono il bisogno di richiamare l’attenzione, talvolta con il martello e la picca, sulle conseguenze del superamento dei limiti, che lascia ferite, miseria e distruzione nella sua scia.luddites-cover2-h500clicca qui!

liberamente tratto da: Kirkpatrick Sale – Ribelli al futuro – Arianna editrice

 

Industrial Design Doors

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industrial design  doors (7)Lavorare sui toni del grigioindustrial design  doors (3) antracite e cercare di fare il lavoro del tempo che graffia e consuma, diversi solventi, passati a tampone o lasciati agire a comporre cracklé di vernici bruciate, vernici grattate, consumate e rimosse a far emergere altri starti di smalto o piccole strisce diindustrial design  doors (2) cementite, cartavindustrial design  doors (4)etro e pagliette di ferro, portare le porte a un dialogo stretto con ferro e bulloni, con vetro e ad assumere un senso nel variato contesto di ufficio ora vestito di decadente fascinazione industriale.

 industrial design  doors (6)

Palette di prove con solventi e tecniche varie

Palette di prove con solventi e tecniche varie

 

Impagliatura enigmistica

impagliatura  (2)Il giochino è un classico: trova le differenze! anzi, trova la differenza, tra la sedia di sinistra, arrivata nel mio laboratorio per essere reimpagliata, e la sedia di destra, dopo l’intervento. Eh già, il disegno è decisamente diverso, perchè diverso è l’intreccio dei fili di bamboo orrizzontali e verticali: chi ha impagliato la sedia prima di me ha ben pensato di risparmiare tempo tirando i fili verticali insieme invece di incrociarli uno alla volta con i rispettivi fili orizzontali. Oltre ad ottenere un disegno di dubbio gusto estetico, la cosa grave è che con un intreccio così realizzato si inficia decisamente la solidità della seduta…tutto tempo risparmiato a scapito della qualità del risultato.

“Non è saggio pagare troppo, ma è peggio pagare troppo poco. Quando si paga troppo, si perde un po’ di soldi – questo è tutto. Quando si paga troppo poco, a volte si perde tutto, perché la cosa che si ha comprato risulta incapace di svolgere la funzione per la quale la si è acquistata”.

Jhon Ruskin

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the Boudoir’s frame

Boudoir's frame (2) Fu ad una cena, dopo svariate bottiglie di vino, che mi venne data “carta bianca” per l’ideazione e la realizzazione di una cornice per una carta geografica. La parete che avrebbe dovuto ospitarla possiede un carattere deciso, che si impone, in un contesto di forte esotismo, dalle sfumature fin de siècle. Non è stato immediato riuscire ad armonizzare le grandi dimensioni del manufatto con l’atmosfera del salotto: il rischio di una creazione troppo ingombrante sia nelle dimensioni che nella proliferazione dei motivi decorativi non lasciava spazio a slanci di generosa esuberanza. Il fil rouge cromatico è stato supportato dalla scelta dei materiali: scampoli di una vecchia stoffa bordeaux, strappati e non tagliati, ed alcuni sottili profili di cornice barocca, ripresi con della bronzina nelle parti più sporgenti, mi hanno aiutato a mantenere un legame con l’atmosfera decadente del salotto. Essendo tuttavia la carta geografica di fattura moderna, ho pensato di aggiungere alla cornice alcuni inserti in ferro arruginito, le cui concrezioni sui toni del rosso sono state fissate con olii minerali. Per concludere,la lastra di ferro fissata in basso porta punzonata in latino una massima di Boezio: l’uomo è un mondo in miniatura.Boudoir's frame (1)

Cornice barocca

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cornice dorata (2)La cornice è una riproduzione di quello stile barocco in cui nella prolificazione degli intagli predomina il motivo vegetale, che cresce rigogliosamente e viene accostato a conchiglie, mascheroni, cartigli e legature.cornice dorata (4)Originariamente argentata,cornice dorata (3) ha subito un tentativo di pulizia da parte della proprietaria, che ha utilizzato a tale scopo acqua e sapone di Marsiglia. Il risultato, non conforme alle speranze originarie, ha condotto il manufatto nel mio laboratorio.cornice dorata (5) Dopo un’accurata pulizia con gli appositi solventi ho proceduto alla doratura a pennello.