Rivolta Luddista – parte prima

ludd (1)Nelle cinque contee che compongono il cuore della Britannia – Yorkshire, Lancashire, Cheshire, Derbyshire e Nottinghamshire – si trova un’area triangolare a tutt’oggi marchiata dalla leggenda di Robin Hood. Questo triangolo abbraccia tutte le località storiche collegate con il vero Robin Hood o, meglio, con i veri Robin Hood, poiché la leggenda sembra essersi formata attorno a due – e forse più – figure storiche tra il XIII e il XIV secolo. Verso nord, nello Yorkshire occidentale, si incontra la città di Wakefield, dove si suppone sia nato, nel tardo XIII secolo, un Robin Hood (o Robert Hode), figlio di un boscaiolo; a Clitheroe, nel Lancaster occidentale, egli si unì a Thomas, conte di Lancaster,  in una delle consuete battaglie baronali contro il re; la foresta di Sherwood, che un tempo copriva quasi tutto il Nottinghamshire occidentale, è il luogo in cui uno dei due personaggi condusse vita irregolare alla testa di una banda di bracconieri e di briganti. È probabile che uno dei personaggi al centro della leggenda sia stato vittima di una precoce politica industriale della monarchia inglese in ascesa, che incoraggiava l’industria forestale tra i nativi, trasformando alcune delle foreste centrali da patrimonio comune a terreno di pascolo per le pecore; mentre le sue difficoltà con lo sceriffo di Nottingham ebbero senz’altro origine dal contrasto tra il suo desiderio di continuare a usufruire dei boschi – come i suoi antenati – e la politica reale, che prevedeva l’abbattimento delle foreste per adibirle a pascolo. Questo conflitto tra nuovo e antico, tra consuetudine e commercio, fu drammatico a sufficienza per radicarsi nelle tradizioni locali e prendere vita in diversi poemi del passato. Tuttavia, nonostante i perdurare di questa leggenda, nella realtà storica fu la politica monarchica della lavorazione del legno e del disboscamento delle foreste comunali a prevalere. I centri forestali furono recintati e coltivati, liberati per il pascolo e, nel giro di qualche secolo, delle immense foreste di Barnsdale e di Sherwood non vennero lasciati che sporadici gruppi di conifere e poche querce maestose in aree inadatte allo sviluppo. La tessitura della lana divenne l’industria principale d’Inghilterra e gli indumenti di lana ne costituirono per secoli l’esportazione più importante. Capita a proposito, e forse non per caso, che questo triangolo della Britannia centrale, sette secoli dopo aver reso leggenda Robin Hood, sia il luogo preciso della rivolta dei luddisti.

cartina I luddisti – molti dei quali erano tessitori, cardatori e conciatori di lana, ma molti altri artigiani nel mercato del cotone – furono, come i Merry Men di Robin, vittime del progresso, o di ciò che era ritenuto tale. Dopo aver lavorato per secoli fuori dalle loro case di campagna e dalle piccole botteghe di villaggio con macchinari, che, sebbene nient’affatto semplici, potevano essere manovrati da una sola persona, improvvisamente essi videro introdursi nei loro commerci nuove e complesse attrezzature prodotte in grande scala, sistemate di solito in edifici a più piani innalzati nelle loro antiche valli. Videro l’ordinamento sociale – fondato su arte, tradizione e comunità – cedere terreno ad un’organizzazione industriale invadente e alle sue tecnologie, a nuove regole di mercato, a nuove conformazioni di città e di campagna al di fuori del loro controllo e della loro comprensione. Quando si sollevarono contro tutto ciò, per quindici tempestosi mesi, lo fecero con più ferocia e determinazione di Robin Hood e vennero sconfitti da una forza di gran lunga maggiore di quella al comando di re Giovanni. I luddisti derivarono il loro nome da un mitico Ned Ludd ma erano del tutto consapevoli di muoversi su un terreno battuto da un precedente gruppo di coraggiosi sobillatori: una delle prime lettere dei luddisti fu scritta dal “covo di Robin Hood”, di un’altra si disse che veniva dall’”ufficio di Ned Ludd, Foresta di Sherwood”. I luddisti furono effettivamente dei veri eroi nel Nottinghamshire, come nelle altre contee dell’Inghilterra centrale, e rappresentando qualcosa di nuovo nella storia inglese costituirono una reale minaccia rispetto al suo ordinamento politico ed economico. In primo luogo, le varie milizie luddiste che operarono nel 1811 e nel 1812 erano così organizzate e disciplinate, e a tal punto efficaci nei loro attacchi – causando danni a macchine e proprietà che ammontavano a più di centomila sterline – da apparire come un movimento forte e assai pericoloso, con un “carattere audace e feroce, che non ha precedenti tra le classi umili di questo Paese”. (Registro annuale del 1812)

Trovavano, in secondo luogo, un sostegno popolare, nei quartieriludd industriali, sufficienti per portare avanti le loro attività segrete e illegali per mesi, ininterrottamente, senza essere traditi, nonostante le lusinghe e le minacce ufficiali, gli arresti notturni, gli interrogatori: fatti che facevano supporre a qualcuno che essi fossero solo la parte più evidente di una diffusa tendenza insurrezionale – forse rivoluzionaria – nel Paese.

Soprattutto la loro minaccia all’ordine costituito – in parte effettiva, in parte esagerata – provocò il più grande accesso repressivo che la Britannia abbia mai attuato nella sua storia contro dissidenti interni,che includeva squadre di spionaggio e di polizia speciale, milizia volontaria e bande armate, incursioni notturne, condanne all’impiccagione, punizioni spietate e una guarnigione di soldati, nelle regioni coinvolte, perfino più numerosa di quella partita con Wellington cinque anni prima per combattere gli eserciti napoleonici.

Ultima e forse più importante considerazione: i luddisti non erano solo ritenuti una minaccia all’ordine, alla stessa stregua della marmaglia riottosa o dei cospiratori rivoluzionari del passato, ma anche una minaccia al progresso industriale stesso. Furono ribelli di un genere unico, ribelli al futuro assegnato loro dalla nuova politica economica, in cui era implicito che chi controllava il capitale fosse in grado di fare qualunque cosa desiderasse. La vera sfida dei luddisti non fu tanto materiale, contro macchine e stabilimenti, quanto morale: una sfida che chiamava in causa sul terreno della giustizia e dell’equità, le premesse fondamentali di quella politica economica e la legittimità dei principi di profitto sfrenato, di competizione e di innovazione che ne erano alla base. È per questa ragione che gli artefici del nuovo industrialismo e i suoi beneficiari sapevano quanto fosse necessario soffocare quella sfida, negare e cancellare le antiche consuetudini e i costumi tradizionali, che ne erano il presupposto, affinché la forza lavoro fosse sufficientemente malleabile e le nuove condizioni di impiego  stabili quanto bastava per permettere, a quella che ora chiamiamo rivoluzione industriale, di trionfare senza impedimenti. Ecco perché questa forma di lotta, diretta alle macchine come simboli di una tecnologia spaventosa perché alienante, si fissò e lasciò una traccia indelebile nella coscienza britannica.

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liberamente tratto da: Kirkpatrick Sale – Ribelli al futuro – Arianna editrice

Sedie al vapore

piccole kohn (3)

jacob-et-joseph-kohnVi ricordate la ditta di produzione mobiliera J&J Kohn?piccole kohn (2) Un paio di mesi fa avevo restaurato quattro sedie interamente in legno prodotte da questa fabbrica. Ecco due seggioline della stessa casa che ho appena impagliato:  la struttura in Faggio è stata piegata al vapore e bloccata  all’interno di apposite dime di ghisa fino al loro completo essiccamento. Durante questo processo termico la lignina presente nelle fibre del legno viene cotta, perdendo elasticità e quindi la possibilità di tornare alla forma originaria.

Particolare di un catalogo di mobili raffigurante alcune dime di ghisa e le relative parti in Faggio alloggiate al loro interno

Particolare di un catalogo di mobili raffigurante alcune dime di ghisa e le relative parti in Faggio alloggiate al loro interno

Questa tecnica innovativa fu messa a punto nel 1860 da Michael Thonet, ebanista che grazie a questo procedimento fonderà la prima vera industria del mobile, aprendo la strada non solo a possibilità funzionali e strutturali fino ad allora impensabili ma anche ad una fruizione vasta e popolare di un prodotto elegante e di alta qualità.

Operai durante alcune fasi del processo di piegatura al vapore del Faggio massello

Operai durante alcune fasi del processo di piegatura al vapore del Faggio massello

piccole kohn (1)

Portone interno

portone pitchpine (2)

Questo portoncino in Pitch-pine serparava le scale del palazzo dall’ingresso secondario, rimasto chiuso per molti anni: dal ripristino del passaggio condominiale la necessità di restaurarlo.portone pitchpine (3) Quando ho schiodato il pannello di compensato che lo ricopriva mi sono trovato di fronte ad un portoncino di pregevole fattura; dopo averlo pulito portandolo a legno, ho proceduto a smaltarlo e a ripristinarne la corretta chiusura. Si è deciso di conservare l’intreccio di piattine di ferro, applicate per rinforzare la struttura, oltre che la vecchia serratura. Il legno era ancora perfettamente sano, tranne una piccola zona nella parte inferiore dell’infisso, e avrebbe a mio parere meritato un intervento di restauro più accurato e l’utilizzo di altri materiali, soprattutto in fase di finitura. Questo avrebbe tuttavia comportato tempi più lunghi e costi decisamente diversi, il che ha fatto propendere i condomini per la finitura a smalto. Mi piace comunque pensare che al prossimo intervento di restauro questo portoncino potrà magari essere finito con una bella lucidatura a cera, che ne metta in risalto nodi e venature.portone pitchpine (1)

casaJorn

asger jorn (1)

“L’architettura è sempre l’ultima realizzazione di una evoluzione spirituale e artistica. L’architettonico è il punto di realizzazione ultimo di ogni tentativo artistico perchè creare un’architettura significa formare un ambiente e fissare un modo di vita.” 1  

asger jorn (8)


“I funzionalisti ignorano la funzione psicologicaasger jorn (2) dell’ambiente…la vista dell’esterno delle costruzioni e degli oggetti, che ci stanno intorno e da noi utilizzati, ha una funzione indipendente dalla loro effettiva utilità. I razionalisti funzionalisti hanno, in ragione delle loro idee di standardizzazione, immaginato di poter arrivare alle forme definitive ideali dei differenti oggetti utili all’uomo. L’evoluzione di oggi mostra che questa concezione statica è sbagliata. Si deve arrivare ad una concezione dinamica della forma, si deve guardare la verità in viso per cui ogni forma umana si trova in uno stato di trasformazione continua.” 2

asger jorn (3) Asger Jorn, artista scandinavo, rivoluzionario e sperimentatore, sosteneva che arte e architettura dovessero asger jorn (5)fondersi in modo spontaneo, per creare spazi e ambienti in grado di appassionare. Nel 1957, grazie al successo crescente della sua pittura, poté acquistare un’antica casa contadina sulla collina dei asger jorn (4)Bruciati ad Albisola Marina. Con l’aiuto di “Berto” Gambetta, un artigiano locale, Jorn modificò gli ambienti e il giardino con interventi pittorici, scultorei, ceramici e polimaterici, creando un continuum spaziale e decorativo tra natura e architettura. Per quest’opera utilizzò moltissimi scarti di lavorazione della ceramica e del vetro, oltre a conchiglieasger jorn (6) e pietre recuperate nel vicino fiume. Ciò con cui si entra in relazione in questo luogo è l’espressione di una forte unicità in dialogo costante con lo spazio circostante, sia esso paesaggio, animale o visitatore. Ciò con cui si entra in relazione è una concreta idea di libertà.

“L’unica cosa della quale possiamo essere certi è che la vita significa movimento.”

asger jorn (7)

Note

1 – 2  Asger Jorn, Immagine e forma

 

 

 

il piano del tavolo

tavolo (4)Il piano di questo tavolo era stato verniciato con svariate mani di vernice sintetica, coprendo più che mettendo in risalto le caratteristiche del legno, e dando in definitiva un effetto “plastificato”, che non incontrava il gusto dei proprietari. Restaurato con le tecniche e i materiali propri di un lavoro “a regola d’arte”, si può dire sia tornato a mostrarsi in tutto il suo splendore.

Durante la sverniciatura: a sinistra ecco come si presentava il piano prima del restauro.

Durante la sverniciatura: a sinistra ecco come si presentava il piano prima del restauro.

Tutto il piano era stato stuccato con un materiale decisamente improprio: stucco bicomponente da carrozziere!

Il piano era stato stuccato con un materiale decisamente improprio: stucco bicomponente da carrozziere! tutto sostituito con stucco per legno.

tavolo (2)

la Grata

grata (3)

 

Era necessaria una grata, oltre che per evitare eventuali intrusioni da parte di umani malintenzionati, per evitare eventuali intrusioni da parte di roditori malintenzionati, che dall’intercapedine sarebbero potuti sgattaiolare indisturbati all’interno, ogniqualvolta si fosse presentata la necessità di lasciare aperta la finestra uscendo di casa.  Una rete stirata in acciao zincato, saldata ad un telaio su misura, ha sbloccato l’impasse.

grata (4)grata (2)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

grata (1)

Sedie Kohn

sedie (3)

Jacob Kohn, insieme a suo fratello Josef Kohn, fondarono la loro impresa di produzione mobiliera nel 1849. Destinata a diventare una delle principali fabbriche produttrici di mobili nell’area austroungarica, e uno dei downloadprincipali concorrenti della ditta Thonet, la J&J Kohn collaborò con gli artisti della  Wiener Werkstatte (una comunità di visual artist viennesi, comprendente architetti, artisti e designers) e con il suo fondatore Josef Hoffmann.

sedie

Queste quattro sedie della ditta Kohn erano state smaltate in colori differenti e alcune tinte con vernici da muro, sedie (2)dopo averle smontate e sverniciate sono state incollate e stuccate, dal momento che, soprattutto le gambe, sono risultate particolarmente gradite ai tarli. Tinte noce scuro per non evidenziare piccoli solchi e scalfitture del legno, sono state lucidate a gommalacca e finite a cera d’api. Vuole la leggenda familiare dei proprietari che il pezzettino di schienale mancante in una delle sedie sia stato utilizzato dal nonno per accendere la stufa durante la guerra. E’ stato lasciato mancante, come richiesto, a futura memoria.

sedie (4)