Cornice organica

cornice velux (5)“Quando un leone si prepara ad attaccare, quando uno squalo vuole aggredire per uccidere, si è naturalmente in pericolo di vita. Abbiamo convissuto milioni di anni con questi pericoli. La linea retta è una minaccia creata dall’uomo stesso. Vi sono milioni di linee, ma una sola è veramente portatrice di morte: la linea tracciata con la riga. Il pericolo che da essa proviene non è paragonabile a quello delle linee organiche, quelle prodotte per esempio da un serpente. La natura della linea retta è aliena all’uomo, alla vita, all’intero creato.”    F. Hundertwassercornice velux (3)

cornice velux (2)Hundertwasser è fermamente convinto che le linee rette siano insalubri nel vero senso della parola, in senso organico. È presumibile che la sua predilezione per le linee piene di vita, da contrapporre alla regolarità della linea retta, sia riconducibile alle reminescenze della prima arte viennese. Gli orientamenti ricevuti in gioventù trovarono conferma nelle sue esperienze di viaggio. In modo chiaro ed inequivocabile, egli sostiene che la linea retta fa ammalare l’uomo perché non esiste in natura e lo espone , di conseguenza, a uno stimolo estraneo all’organismo. Nella città moderna l’uomo è crudelmente abbandonato all’aggressione della linea recornice velux (1)tta, paragonabile alla minaccia dei prodotti chimici cancerogeni e di altre sostanze che causano le più gravi malattie. Di una cosa Hundertwasser è assolutamente certo: “siamo composti da cellule, da materia organica…e quando la sensibilità delle cellule registra qualcosa che è loro estraneo, viene inviato al cervello un segnale di allarme”.cornice velux (6)

Ho sempre preferito, all’asettica perfetta squadratura meccanica della tavola industriale, i sinuosi profili dell’accrescimento naturale vegetale, o tutt’al più le sinuose linee lungo vena prodotte dagli utensili da taglio manuali. È per questo che, ogniqualvolta ne ho avuto la possibilità, non ho esitato a proporre a qualche ardito cliente un prodotto che potesse cercare un collegamento con l’organico. Per la cornice di questa finestra Velux ho utilizzato alcune tavole di castagno antico che conservavo in laboratorio; sono state lavorate in gran parte sul posto per adattarle alle irregolarità del varco e terminate con una lucidatura a gommalacca.

cornice velux (4)

fucina Morino

fucina Morino (5)

 

fucina Morino (3) La fucina è il luogo dove vengono scaldati fino all’incandescenza pezzi di ferro che vengono successivamente lavorati per percussione sull’incudine o con il maglio. Dalle spade agli attrezzi agricoli, il fabbro è stato il forgiatore di ogni utensile in metallo fino all’avvento delle tecniche industriali. Nel Biellese, la zona tra Netro e Mongrando ha conosciuto lo sviluppo di numerose attività di fucinatura che usavano la forza motrice generata dall’acqua dei ruscelli per muovere le pesanti attrezzature necessarie.fucina Morino (2) La Fucina Morino è situata ai margini dell’abitato di Mongrando, lungo il Rio Tenerello. All’interno vi è un pavimento in terra battuta perché non era possibile una diversa pavimentazione date le forti vibrazioni che i magli generavano. Oggi è una cellula ecomuseale e vi sono conservati tutti i macchinari e gli attrezzi utilizzati:fucina Morino (4) la forgia, il maglio a testa d’asino, quello “ballerino” di tipo americano e quello verticale ad asse, le mole, i trapani, il tornio, le cinghie di trasmissione collegate alla ruota mossa dall’acqua, il forno, gli stampi, le incudini, le pinze e i martelli. Vastissimo inoltre il campionario di prodotti finiti: falci, lime, roncole, tagliafieno, zappe, pale, coltelli… ed anche due else di sciabola di derivazione francese del periodo napoleonico. Trafucina Morino (1) tutti gli strumenti all’opera in una fucina uno dei più affascinanti è la tromba idroeolica che sostituì completamente i mantici verso la metà del Seicento; questi erano assai costosi, essendo fatti di pelle, cuoio e legno. Per di più, la loro manutenzione era difficile e onerosa, poiché spesso si incendiavano a causa dei lapilli, anche se generalmente venivano protetti da un muro di mattoni. La tromba idroeolica, invece, era uno strumento di fattura semplice, poco costoso e di facile manutenzione. Era costituita da una conduttura cilindrica, formata da tronchi d’albero tagliati a metà in senso longitudinale, scavati all’interno e poi nuovamente affiancati e fissati esternamente.branca tromba idroeolica (2) Questa condotta era posta in verticale, per un’altezza totale di 5 – 10 metri, con delle bocche aspiratrici che si aprivano a circa 40 centimetri dalla sommità, con la funzione di aspirare aria. L’acqua, in caduta libera all’interno del condotto, trascinava con sé una notevole quantità d’aria. Sul fondo della canalizzazione si trovava il bottino, ovvero un recipiente chiuso, realizzato in legno o in pietra, il quale raccoglieva l’acqua di caduta che fuoriusciva da un piccolo foro sul fondo, mentre l’aria compressa usciva, sotto pressione, da un’apertura in alto, chiusa da una valvola detta battirola, azionata dal capo forno secondo le necessità della fusa. La quantità d’aria compressa in questo modo dall’acqua era notevole e causò un incremento della produzione, dovuto alle maggiori temperature che potevano essere raggiunte all’interno del focolare.fucina Morino (7) La storia di questa fucina si fa risalire al 1689 quando l’armaiolo Pietro Bertono, decise di produrre in proprio le armi. Siamo nel periodo in cui il Ducato di Savoia è in guerra con la Francia ed il Piemonte è invaso dalla truppe Francesi. Nel 1849 fucina Morino (6)la fucina passa alla famiglia Morino Craveja e con questo nome sarà conosciuta fino al termine della sua attività, nel 1967. La fucina è una “fabbrica di ferri da taglio in ogni genere” come si legge nella loro pregevole carta intestata del 1882, che riporta anche il motto: “Lavoro Intelligenza Pertinacia”. Aggiustavano anche armi da fuoco e durante la seconda guerra mondiale producevano mine anticarro per i partigiani.

altre foto?

fucina Morino (8)

Cannello a benzina

cannello a benzina (7)

cannello a benzina (8)È arrivato nel mio laboratorio per essere restaurato uno stupendo cannello saldatore in ottone, funzionante a benzina.cannello a benzina (6) Prodotto dalla ditta tedesca G.Barthel durante i primi decenni del secolo scorso, è un attrezzo particolare, che veniva usato dai lattonieri e dagli idraulici per la saldatura a stagno, sia industriale che civile, e che presenta nella sua struttura alcuni particolari affascinanti, come ad esempio il manico apribile e contenente le guarnizioni di riserva.cannello a benzina (5)

Presentava un annerimento diffuso, tracce di ruggine sul manico e il blocco di quasi tutti gli incastri a vite dei suoi componenti. Ho provveduto al blocco cannello a benzina (2)del processo di ossidazione, causa della ruggine, e ho optato per un restauro marcatamente conservativo, reputando i segni del tempo più inclementi, non solo parte della storia di questo oggetto, ma anche una delle principali fonti del suo indiscusso fascino.
cannello a benzina (9)

 

 

 

cannello a benzina (4)

cannello a benzina (3)

cannello a benzina (1)

Prima del restauro

 

 

Semicirconferovere

curvatura battiscopa (5)

Anni fa, durante la posa del parquet in una stanza, un falegname aveva piegato il battiscopa per farlo aderire ad una curva della parete. curvatura battiscopa (4)Naturalmente, quando si è trovata a far posare il pavimento in parquet nel resto della casa, la cliente ha preteso che fosse fatto altrettanto in corrispondenza di un varco arrotondato; per questo mi è stato chiesto dall’impresa edile di piegare a mia volta su misura un segmento di battiscopa in rovere massello, da far poi posare al proprio parquettista. Vi ricordate la piegatura del faggio ideata da Thonet? Beh, non è stato per niente facile, soprattutto in un piccolo laboratorio artigiano come il mio, ma senza perdersi d’animo e con un po’ di fortuna, che si sa aiuta gli audaci, la committente è stata pienamente soddisfatta del risultato.

curvatura battiscopa (1)

Prove tecniche di curvatura:

curvatura battiscopa (2)curvatura battiscopa (3)

Desk

desk (1)

desk (3)È stato durante una colazione di lavoro che ho conosciuto Irene Muñoz, architetto dello studio MP-lab, e già dopo una breve chiacchierata è stato chiaro ad entrambi che le rispettive competenze e i reciproci interessi avrebbero potuto portare a risultati decisamente interessanti. Infatti qualche giorno dopo ci siamo incontrati per definire quella che poteva e sarebbe stata la mia partecipazione ad un progetto di ristrutturazione d’interno in un ufficio: il progetto, accuratamente studiato da lei e dalla sua collega Camilla Ponzano, prevedeva, nel contesto di una trasformazione dal sapore industrial, la creazione di un desk per la reception, da realizzarsi su disegno di Studio Poco, che comunicasse inequivocabilmente il carattere dell’intero ambiente.desk (2)

desk (4)La struttura portante in ferro, realizzata con piattine da 8 mm e bulloni a vista, dal segno minimale ma incisivo, si fonde benissimo con uno splendido piano in castagno massello da 3 cm di spessore. La forma fortemente geometrica e tuttavia avvolgente del piano è stata progettata e realizzata su misura per adattarsi alle rientranze e alle imperfezioni dei muri, in modo da sottolineare l’unicità del rapporto che l’oggetto intrattiene con il contesto in cui è collocato. Le parti metalliche sono state smaltate color grigio antracite,desk (5) per riprendere la tinta del muro retrostante; il piano di castagno è stato trattato a gommalacca e  lucidato a cera. Completa lo spazio di accoglienza una splendida lampada realizzata da Erika Pardini.

Work In Progress

Work In Progress

restauro delle travi

travi4travi1Durante i lavori di ristrutturazione dell’appartamento sono tornate alla luce le travature del sottotetto. I committenti hanno deciso di tenerle a vista e fortunatamente hanno intuito il travi3valore aggiunto che un intervento di restauro in piena regola poteva apportare al risultato finale della ristrutturazione. Dopo averle pulite e aver pazientemente eseguito un capillare trattamento antitarlo, sono state stuccate con prodotti naturali, senzatravi2 cercare di nascondere tutte le piccole imperfezioni che ne testimoniano la storia. Lucidate a gommalacca hanno infine acquistato un fascino antico che decisamente le valorizza.travi (Large)

durante il trattamento antitarlo

durante il trattamento antitarlo

Rivolta Luddista – parte prima

ludd (1)Nelle cinque contee che compongono il cuore della Britannia – Yorkshire, Lancashire, Cheshire, Derbyshire e Nottinghamshire – si trova un’area triangolare a tutt’oggi marchiata dalla leggenda di Robin Hood. Questo triangolo abbraccia tutte le località storiche collegate con il vero Robin Hood o, meglio, con i veri Robin Hood, poiché la leggenda sembra essersi formata attorno a due – e forse più – figure storiche tra il XIII e il XIV secolo. Verso nord, nello Yorkshire occidentale, si incontra la città di Wakefield, dove si suppone sia nato, nel tardo XIII secolo, un Robin Hood (o Robert Hode), figlio di un boscaiolo; a Clitheroe, nel Lancaster occidentale, egli si unì a Thomas, conte di Lancaster,  in una delle consuete battaglie baronali contro il re; la foresta di Sherwood, che un tempo copriva quasi tutto il Nottinghamshire occidentale, è il luogo in cui uno dei due personaggi condusse vita irregolare alla testa di una banda di bracconieri e di briganti. È probabile che uno dei personaggi al centro della leggenda sia stato vittima di una precoce politica industriale della monarchia inglese in ascesa, che incoraggiava l’industria forestale tra i nativi, trasformando alcune delle foreste centrali da patrimonio comune a terreno di pascolo per le pecore; mentre le sue difficoltà con lo sceriffo di Nottingham ebbero senz’altro origine dal contrasto tra il suo desiderio di continuare a usufruire dei boschi – come i suoi antenati – e la politica reale, che prevedeva l’abbattimento delle foreste per adibirle a pascolo. Questo conflitto tra nuovo e antico, tra consuetudine e commercio, fu drammatico a sufficienza per radicarsi nelle tradizioni locali e prendere vita in diversi poemi del passato. Tuttavia, nonostante i perdurare di questa leggenda, nella realtà storica fu la politica monarchica della lavorazione del legno e del disboscamento delle foreste comunali a prevalere. I centri forestali furono recintati e coltivati, liberati per il pascolo e, nel giro di qualche secolo, delle immense foreste di Barnsdale e di Sherwood non vennero lasciati che sporadici gruppi di conifere e poche querce maestose in aree inadatte allo sviluppo. La tessitura della lana divenne l’industria principale d’Inghilterra e gli indumenti di lana ne costituirono per secoli l’esportazione più importante. Capita a proposito, e forse non per caso, che questo triangolo della Britannia centrale, sette secoli dopo aver reso leggenda Robin Hood, sia il luogo preciso della rivolta dei luddisti.

cartina I luddisti – molti dei quali erano tessitori, cardatori e conciatori di lana, ma molti altri artigiani nel mercato del cotone – furono, come i Merry Men di Robin, vittime del progresso, o di ciò che era ritenuto tale. Dopo aver lavorato per secoli fuori dalle loro case di campagna e dalle piccole botteghe di villaggio con macchinari, che, sebbene nient’affatto semplici, potevano essere manovrati da una sola persona, improvvisamente essi videro introdursi nei loro commerci nuove e complesse attrezzature prodotte in grande scala, sistemate di solito in edifici a più piani innalzati nelle loro antiche valli. Videro l’ordinamento sociale – fondato su arte, tradizione e comunità – cedere terreno ad un’organizzazione industriale invadente e alle sue tecnologie, a nuove regole di mercato, a nuove conformazioni di città e di campagna al di fuori del loro controllo e della loro comprensione. Quando si sollevarono contro tutto ciò, per quindici tempestosi mesi, lo fecero con più ferocia e determinazione di Robin Hood e vennero sconfitti da una forza di gran lunga maggiore di quella al comando di re Giovanni. I luddisti derivarono il loro nome da un mitico Ned Ludd ma erano del tutto consapevoli di muoversi su un terreno battuto da un precedente gruppo di coraggiosi sobillatori: una delle prime lettere dei luddisti fu scritta dal “covo di Robin Hood”, di un’altra si disse che veniva dall’”ufficio di Ned Ludd, Foresta di Sherwood”. I luddisti furono effettivamente dei veri eroi nel Nottinghamshire, come nelle altre contee dell’Inghilterra centrale, e rappresentando qualcosa di nuovo nella storia inglese costituirono una reale minaccia rispetto al suo ordinamento politico ed economico. In primo luogo, le varie milizie luddiste che operarono nel 1811 e nel 1812 erano così organizzate e disciplinate, e a tal punto efficaci nei loro attacchi – causando danni a macchine e proprietà che ammontavano a più di centomila sterline – da apparire come un movimento forte e assai pericoloso, con un “carattere audace e feroce, che non ha precedenti tra le classi umili di questo Paese”. (Registro annuale del 1812)

Trovavano, in secondo luogo, un sostegno popolare, nei quartieriludd industriali, sufficienti per portare avanti le loro attività segrete e illegali per mesi, ininterrottamente, senza essere traditi, nonostante le lusinghe e le minacce ufficiali, gli arresti notturni, gli interrogatori: fatti che facevano supporre a qualcuno che essi fossero solo la parte più evidente di una diffusa tendenza insurrezionale – forse rivoluzionaria – nel Paese.

Soprattutto la loro minaccia all’ordine costituito – in parte effettiva, in parte esagerata – provocò il più grande accesso repressivo che la Britannia abbia mai attuato nella sua storia contro dissidenti interni,che includeva squadre di spionaggio e di polizia speciale, milizia volontaria e bande armate, incursioni notturne, condanne all’impiccagione, punizioni spietate e una guarnigione di soldati, nelle regioni coinvolte, perfino più numerosa di quella partita con Wellington cinque anni prima per combattere gli eserciti napoleonici.

Ultima e forse più importante considerazione: i luddisti non erano solo ritenuti una minaccia all’ordine, alla stessa stregua della marmaglia riottosa o dei cospiratori rivoluzionari del passato, ma anche una minaccia al progresso industriale stesso. Furono ribelli di un genere unico, ribelli al futuro assegnato loro dalla nuova politica economica, in cui era implicito che chi controllava il capitale fosse in grado di fare qualunque cosa desiderasse. La vera sfida dei luddisti non fu tanto materiale, contro macchine e stabilimenti, quanto morale: una sfida che chiamava in causa sul terreno della giustizia e dell’equità, le premesse fondamentali di quella politica economica e la legittimità dei principi di profitto sfrenato, di competizione e di innovazione che ne erano alla base. È per questa ragione che gli artefici del nuovo industrialismo e i suoi beneficiari sapevano quanto fosse necessario soffocare quella sfida, negare e cancellare le antiche consuetudini e i costumi tradizionali, che ne erano il presupposto, affinché la forza lavoro fosse sufficientemente malleabile e le nuove condizioni di impiego  stabili quanto bastava per permettere, a quella che ora chiamiamo rivoluzione industriale, di trionfare senza impedimenti. Ecco perché questa forma di lotta, diretta alle macchine come simboli di una tecnologia spaventosa perché alienante, si fissò e lasciò una traccia indelebile nella coscienza britannica.

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liberamente tratto da: Kirkpatrick Sale – Ribelli al futuro – Arianna editrice